La donna re-attiva

Una riflessione

La passività naturale

L’aspetto che più mi ha colpito in un mio recente viaggio attraverso la midwifery degli Stati Uniti e del Messico è vedere le donne partorienti in tutte le situazioni e in tutte le culture subire il parto e seguire passivamente quello che viene loro detto dall’operatore attivo su di loro, sia in ambiti medicalizzati che in ambiti alternativi o indigeni.

E spesso penso, come mai le donne della nostra società così detta emancipata si lasciano fare delle violenze e subiscono condizioni disumane nel momento più importante e pregnante della loro vita, senza re-agire.

Osservo la distorsione della “libera scelta” offerta alle donne che viene accettata sempre dagli operatori quando si tratta di scaricarsi dalle responsabilità e bloccata spesso quando si tratta dell’affermazione personale delle donne. Addirittura oggi viene detto che sono le donne a “scegliere” il taglio cesareo o l’epidurale. Certo, questo tipo di scelta è una forma di re-attività a una condizione disumana della nascita e a una paura non solo indotta da una politica di 30 anni di diseducazione e dipendenza, ma anche a una paura sicuramente ancorata profondamente nelle donne di oggi che sono nate per la maggior parte nel periodo del parto in anestesia, del  forcipe preventivo, della Petidina e della separazione immediata dalla loro mamma.

Ma c’è un   altro motivo, insito nella natura del parto per la non reattività: nel processo del partorire la donna si sposta all’estremo della sua polarità femminile, la cui natura è passiva/recettiva. Diventa quindi  passiva, si apre fisicamente ed emotivamente, diventa estremamente vulnerabile perché si deve abbandonare totalmente. Da questa polarità la reattività è irraggiungibile e incompatibile. Il bisogno primario è quello della protezione. Senza protezione la donna è esposta alle aggressioni, senza difesa. Oppure, se si difende, se combatte, il suo corpo si chiude al parto.

 

Il momento di essere attive e fare delle scelte

Quindi non è il parto il momento per l’essere attiva, per fare delle scelte. E’ la gravidanza il terreno e il periodo dove maturano le scelte; dove c’è spazio per le informazioni, per le riflessioni, per il confronto, per la ricerca. E’ la gravidanza il periodo per la re-attività consapevole. E’ il tema dell’educazione alla nascita.

 

Dove nasce la re-attività?

Agire, essere attive è il prodotto di un processo fisiologico e comportamentale di risposta a uno stimolo. Lo stimolo può essere interno, proveniente dal corpo e dal bambino in utero, oppure esterno, proveniente dall’ambiente o dal contesto familiare e umano. La re-azione può provenire dalla parte istintiva (sistema di adattamento) o dalla parte razionale (riflessione, analisi) o da ambedue.

L’essere re-attiva in base alla propria parte istintuale può essere frutto della paura, in tale caso la re-azione è la fuga (taglio cesareo di scelta o epidurale parto distocico), oppure frutto dei bisogni profondi, in tale caso la re-azione è l’attacco o l’apertura.

L’essere re-attive in base alla parte analitica nasce dall’emancipazione sociale della donna, la quale chiede di essere informata, partecipe o protagonista delle scelte assistenziali. Chiede informazioni e nozioni. Le scelte così operate possono includere scelte di medicalizzazione e non sempre vanno d’accordo con le necessità della conservazione della salute.

L’essere re-attive in base ad ambedue porta a delle scelte consapevoli nel rispetto dei bisogni profondi di autoconservazione e integrità.

Il ritorno al parto

Come si può essere attive in un processo passivo come il parto? Una possibilità ci è offerto dalla fisiologia: il sistema di adattamento attacco e fuga (vedi D&Dn. 29) offre una reattività istintiva, basata sui bisogni e adeguata al pericolo del momento: nel parto, dato che il pericolo per la donna è l’”aggressione” del bambino che vuole uscire, l’unica reazione adeguata è quella dell’attacco, cioè andare incontro al pericolo, lasciare uscire il bambino. Naturalmente ciò è vero, quando l’ambiente è sicuro per la partoriente, protetto. Attaccare, andare incontro al “pericolo”, al bambino, significa lasciarsi aprire, lasciare andare il dolore, abbandonarsi alla forza del parto. A volte significa combattere per l’ambiente giusto.

Visto dal polo estremo del femminile, dove la donna si trova al momento del partorire, questo significa che l’attacco, la re-attività in questo momento è abbandono scelto consapevolmente, è istintiva e dettata dal ritmo delle contrazioni.  Essere attiva significa scegliere di vivere la fusione dell’io e la trasformazione attraverso una forza potente, le contrazioni, l’adrenalina, il dolore, l’estasi, arrendendosi ad esse.

 

Il dolore

Il dolore è il banco di prova di questo processo. Scegliere il dolore attivamente sembra masochistico nell’epoca dell’analgesia. Questa scelta è possibile solo quando viene compresa pienamente la funzione del dolore, di cui la più importante è quella di stimolare le endorfine e far nascere il bambino con gli ormoni e l’imprinting dell’amore. E quando il dolore è pienamente accettato, diventa sopportabile. E’ il dolore a stimolare e approfondire al massimo la re-attività, anche futura e insieme la gratificazione. Fisiologicamente ogni sforzo, ogni processo impegnativo è compensato da intensa gratificazione.

 

L’ambiente

Quando l’ambiente rappresenta una minaccia per la parte istintiva della donna, la reazione sarà la fuga. La fuga è chiusura, è distocia, è scelta preventiva di interventi medici e chirurgici contrari alla salute.

Quando l’ambiente è protettivo e trasmette sicurezza alla parte istintiva della donna, la sua re-attività istintiva può essere favorita al massimo e il processo di apertura sarà facilitato. E’ quindi la prima condizione per rendere una donna attiva durante il parto.

 

Il partner

Anche il partner può assistere il parto in modo attivo o passivo. L’essere attivo appartiene alla polarità maschile, quindi il fare è un istinto per l’uomo. Cosa deve fare un uomo durante il parto, che sia in armonia con i bisogni istintivi della donna partoriente?

L’uomo può attivamente proteggere l’ambiente. Può attivamente sostenere la donna sia fisicamente che affettivamente. Può attivamente contribuire al processo di apertura e dilatazione, stando vicino alla donna come suo partner sessuale che sa, come favorire l’apertura in lei. Può attivamente rassicurare il suo bambino. Può passivamente entrare nel ritmo dinamico ed emozionale del travaglio. Può passivamente lasciarsi trasportare in uno stato alterato di coscienza e condividere con la donna l’estasi della nascita.

 

L’ostetrica

L’ostetrica si trasforma da ostetrica attiva a ostetrica attivante (Alessandra Cellana), per saper attivare una donna ha bisogno di diventare re-attiva dentro di sé (Rossella Minocchi), verso i propri bisogni e verso il suo ambiente di lavoro e di vita. Re-attiva in ambedue i sensi, istintivo e analitico.

 

La scienza

Alla fine quello che emerge dalla fisiologia, considerando che la sottomissione e sopportazione produce alti livelli di cortisolo, emerge anche dalla ricerca:

Quando una donna è coinvolta attivamente nelle scelte e nelle decisioni che riguardano le modalità e gli interventi del suo parto, quando si ricovera solo in travaglio attivo, quando è accompagnata e sostenuta da una persona a lei familiare e da una professionista di fiducia, quando può godere della continuità dell’assistenza, quando può disporre di un ambiente intimo vengono ridotti l’incidenza dei tagli cesarei, la somministrazione di farmaci, gli interventi operativi in travaglio, l’outcome fetale è migliore.

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