Tecnologia e naturalità nella nascita

Ovvero LA NASCITA TRA CULTURA E NATURA

La nascita, in quanto evento centrale delle società umane, evento potente, ma anche vulnerabile, da sempre ha subito le influenze culturali, i pensieri e le valenze della società di appartenenza. Da sempre è stata manipolata, gestita socialmente. Da sempre, anche se in modi diversi, le società danno il loro imprinting alla donna partoriente in quanto donna e al bambino nascente in quanto futuro cittadino. L’imprinting culturale della nascita dice che tipo di donna questa società vuole e che tipo di cittadino il bambino dovrà essere.

Quindi niente di più “naturale” che la nascita, nell’era tecnologica sia impregnata dei valori tecnologici e sottoposta ai suoi rituali e credo.

Sin dall’introduzione del forcipe da parte del chirurgo circa 300 anni fa, l’uomo ha tolto alle donne il controllo del parto, che fino allora condividevano vissuti e assistenza tra di loro secondo le leggi della  natura, imponendosi con il suo strumento, rovesciandole sulla schiena e rendendole impotenti. In compenso la sua potenza cresceva in pari misura. Sin da allora ci sono state scuole opposte tra ostetricia interventista (tecnologica) e ostetricia naturale (Filippini 1992).

Con l’accademizzazione dell’ostetricia, l’idea di mettere sotto controllo e dominare la natura, nello specifico la natura imprevedibile e irrazionale delle donne, è andato di pari passo con il controllo sulla natura come ambiente.

Michel Odent (2006), nel suo libro “L’agricoltore e l’ostetrico” mette lo sviluppo dell’ostetricia e dell’agricoltura sullo stesso piano. Lo sfruttamento sempre più intensivo della terra fino allo stravolgimento delle leggi della natura che ha prodotto il fenomeno della mucca pazza e di altre malattie degli animali, rischiose anche per l’uomo è paragonabile all’organizzazione industriale delle nascite in ospedali sempre più grandi con lo stravolgimento totale delle leggi del parto. Tant’è vero che in Italia con il suo 36 % di tagli cesarei (record quasi mondiale), le percentuali di analgesia epidurale crescenti che in alcuni ospedali raggiungono un altro 30%, con un 8-10% di ventose e un 20 -25% di parti indotti rimane ben poco della nascita naturale. In una ricerca svoltasi in Germania (Schwarz 2006) emerge che solo un 6 % di donne tedesche, di cui il 2% nelle case maternità o a domicilio,  hanno un parto senza alcun intervento medico, quando questa percentuale dovrebbe essere del 90 %.

Le conseguenze disastrose ci sono, ma ancora non c’è sufficiente consapevolezza per invertire la marcia, come invece in agricoltura parzialmente sta succedendo.

Con l’agricoltura intensiva e la manipolazione dei semi e delle piante, è scomparsa la variabilità biologica. Con l’ostetricia tecnologica è scomparsa la variabilità delle modalità di nascere. La variabilità è un importante fattore di sicurezza. Protegge dall’estinzione. Offre risorse sempre nuove per potersi adattare a situazioni nuove. Rappresenta il concetto di capacità reattiva, condizione necessaria per mantenere l’omeostasi, un equilibrio. Tant’è vero che la biologia femminile è infinite volte più complessa di quella maschile, in particolare nelle risposte endocrine. Le vie biologiche verso comportamenti di accudimento sono multiple, in modo tale da garantire sempre una risposta adeguata, anche quando qualcuna rimane “intasata”.

Cosa succederà nel tempo, se perdiamo la capacità reattiva nella riproduzione? La tecnologia ha la soluzione in mano: la riproduzione sarà artificiale. Ma la vulnerabilità della specie umana come tale aumenterà in modo esponenziale.

Dalla complessità siamo dunque passati alla riduttività, cioè ci siamo impoveriti. La riduttività è entrata nel linguaggio, nella comunicazione. Ha ridotto anche le possibilità di scelta. La via è una ed è obbligata.

Tutti i processi complessi, globali, interconnessi con infiniti fattori,vengono ridotti, semplificati.

Le procedure tecnologiche vengono presentate come banali, semplici, prive di effetti collaterali, risolutori di tutta una serie di ansie, garanti del successo.

Infatti la promessa tecnologica a primo impatto è di grande sollievo, rassicura, permette di evadere stimoli provenienti dal mondo interiore sommerso.

Se questo avviene già nella vita quotidiana, a maggior ragione succede in un percorso difficile, arcaico come la nascita.

 

Le aspettative

La tecnologia ostetrica porta dunque alla semplificazione del processo della nascita.

Risponde al bisogno di controllo sull’evento, bisogno condiviso dai genitori e dagli operatori. Risponde al bisogno di sicurezza – la promessa c’è, al bisogno di cedere la responsabilità. Difende dalle emozioni forti, dall’istintualità, considerata “primitiva”. E’ condivisa dalla maggioranza, quindi autorevole. E’ codificabile in protocolli terapeutici e permette di standardizzare l’assistenza, eliminando appunto le variabili, schematizzando la storia personale rendono le donne tutte simili. La curva del partogramma tecnologico è lineare e quando il travaglio esce dalla linea si interviene per riportarlo dentro.

Ma la natura, anche la natura della donna, è ritmica, ciclica. Segue la legge interiore, non quella esterna. Vuole tempo, spazio, espressione individuale, movimento, contenimento, affetto, relazione, comunicazione. Vuole scegliere, partecipare, manifestarsi. Inevitabilmente, nella realtà dei vissuti si scontra con la mentalità tecnologica. Il parto è un evento fisiologico involontario e quindi incontrollabile. Quando si cerca di controllarlo, non funziona più.

Le aspettative createsi prima dell’evento, basate sia su una promessa che su uno stile di vita corrispondente, che sul consenso generale non trovano riscontro nella realtà. O durante la nascita, o dopo nel tempo, le donne si trovano a confronto con esperienze di perdita, mutilazioni fisiche e psichiche, depressioni, difficoltà con i bambini.

E allora nasce la rabbia.

La rabbia della delusione, la rabbia del sentirsi ingannate.

C’è chi la rivolge verso gli operatori, tant’è che le cause medico-legali sono all’ordine del giorno, fenomeno che accompagna l’ostetricia tecnologica e sono lo spauracchio di medici e ostetriche. C’è chi la usa per elaborare la propria esperienza. A questo punto incontra la complessità del percorso nascita dopo, in ritardo, ma mai troppo tardi per recuperare aspetti di sé. Spesso queste donne diventano attive socialmente, al fine di informare, manifestare quello che hanno appreso a caro prezzo. Diventano agenti della complessità.

Il loro orientamento cambia. La ricerca di risorse esterne (che hanno deluso) si sposta verso la ricerca di risorse interne. La donna si riscopre nei suoi ritmi, nei suoi cicli, nelle sue competenze biologiche e globali.

Ma la sua voce fa difficoltà a farsi sentire. Solo chi ha scalato la montagna con le proprie forze conosce la soddisfazione che ne deriva. Chi sta alla base, preferisce la seggiovia.

La naturalità nella nascita risponde a un bisogno di autonomia e espressione individuale, al fascino di conoscerne il mistero, all’istinto biologico della procreazione, al desiderio di mettersi alla prova, all’amore per il bambino, alla ricerca di sé, della propria realizzazione, alla sicurezza istintiva, all’istinto di protezione.

Il senso di sicurezza

Dato che la maternità è un processo di grande apertura, quindi di grande vulnerabilità, pur nella sua forza, il bisogno di sicurezza per sè e per il bambino  è prioritario. Infatti è quello che la donna di oggi chiede ed è quella a cui la tecnologia ostetrica risponde con la semplificazione. Addirittura il cesareo viene proposto come parto più sicuro, solo perché è la modalità più semplice per il medico. In realtà aumenta la possibilità di mortalità materna di quattro volte e mette il bambino a rischio per l’adattamento extrauterino.

Il senso di sicurezza dunque può trovare due vie di soddisfazione: Una esterna, data da mezzi e persone esterne che richiede la delega, la consegna di sé e della propria pancia, del proprio bambino ad altri, e quella interna data da una buona conoscenza di sé, dall’ascolto, dalla sensibilità del corpo, dai messaggi intuitivi.

La prima è condivisa e rassicurante, visibile, la seconda è emarginata, più inquietante perché meno visibile  e richiede un impegno personale.

Le due strade trovano anche modelli assistenziali e operatori distinti: nel percorso sostenuto con i mezzi esterni il medico specialista è referente primario, mentre nel percorso sostenuto con i mezzi interni, lo è l’ostetrica.

L’ostetricia tecnologica, che vuole mettere sotto controllo la natura, presieduta dal medico ostetrico porta alla dipendenza e alla subordinazione. L’ostetricia femminile, che si allea con la natura e mette la donna con le sue risorse e competenze al centro, porta all’empowerrment.

La subordinazione crea una condizione ormonale nel corpo che produce stress. Lo stress riduce le capacità reattive e la salute nel complesso. Quindi costituisce un fattore di rischio.

La partecipazione attiva stimola le risorse sane e la salute nel suo complesso, quindi riduce i rischi e diventa strumento di sicurezza diretto.

Si può quindi concludere che la tecnologia ostetrica, applicata a tutte, aumenta il rischio della nascita e crea i suoi propri danni (Schmid 2002), mentre l’ostetricia rispettosa delle leggi della natura favorisce la salute e riduce i rischi.

Le tecnologie sviluppate per salvare i pochi, quando utilizzate per la maggioranza, creano la loro propria morbilità e mortalità.

Beverly Beech 2000

Lo dicono anche i numeri, le ricerche. Il modello di assistenza che produce i migliori esiti in salute per mamma e bambino è il modello della continuità dell’assistenza dalla gravidanza al parto ai primi mesi di vita uno a uno, da un’osterica alla donna (Hodnett 1995, 2001 2003, Wagner 2001).

 

Ma è sempre così?

 

Il ruolo della tecnologia

Quale può essere il ruolo della moderna tecnologia ostetrica in un percorso naturale come la nascita?

La tecnologia può salvare le vite, oppure, detto in modo meno onnipotente può sostenere la vita quando è in pericolo. Il taglio cesareo può essere un intervento estremamente prezioso, quando viene fatto su indicazioni specifiche. Non è dimostrata una reale utilità oltre il 7%. L’epidurale può proteggere alcune donne da un eccesso di trauma e dolore improduttivo, quando la loro “barca del travaglio” s’incaglia senza via d’uscita su uno scoglio. Le terapie antibiotiche possono guarire da infezioni pericolose, quando queste si manifestano.

Nella nascita si possono incontrare dei limiti, dati dalla condizione soggettiva o dall’ambiente poco congruo all’evento. Questi limiti dovrebbero essere rari, non dovrebbero superare la media del 10% delle donne. Per questa minoranza di donne, la tecnologia ostetrica ha sviluppato dei sostegni importanti.

Quando viene applicata a questo numero ridotto d donne con indicazioni specifiche, i risultati positivi superano i potenziali rischi degli interventi stessi.

Solo quando la tecnologia viene applicata a tutte indistintamente, i suoi rischi superano i benefici. Si parla infatti di uso appropriato della tecnologia ostetrica. Integrando l’uso appropriato all’approccio conservativo, rispettoso della soggettività di donna e bambino, allora si può avere il massimo di sicurezza possibile oggi per la nascita. A questo si aggiunge la disponibilità di spazi idonei per la nascita naturale con la possibilità di avere a disposizione anche i supporti tecnologici in caso di bisogno. L’OMS raccomanda per la nascita fisiologica il posto più decentrato possibile con il numero più basso degli operatori compatibili con un buon livello di assistenza. Esattamente l’incontrario delle politiche sanitarie attuali.

Ogni donna deve poter scegliere le modalità di assistenza e i luoghi per la nascita di suo figlio. L’ambito delle scelte dovrebbe essere ampliato proprio grazie alle tecnologie moderne, non ristretto come di fatto avviene.

Grazie ai mezzi tecnologici moderni una donna dovrebbe poter partorire con pari sicurezza in cima a una montagna, come dentro al mare.

 

Riferimanti bibliografici:

Beech B.(2000): Over – medicated and under-informed, AIMS Journal, vol.11, n. 4, winter 2000

Filippini N. M. (1992): Ostetricia naturale, ostetricia chirurgica: uno scontro di culture e di scuole nella Paarigi di fine Settecento, in “Come sapere il parto” a cura di marina sbisà, Roenberg &Selliers, Torino

Hodnett ED, Gates S, Hofmeyr G J, Sakala C. (2003): Continuous support for women during childbirth (Cochrane Review). In: The Cochrane Library, Issue 3, 2003

Hodnett ED. (2001): Continuity of caregivers for care during pregnancy and childbirth (Cochrane Review) In: The Cochrane Library, Issue 3. Oxford: Update Software; 2001

Hodnett ED. (1995): Support from caregivers during childbirth, in Enkin et al, A guide to effective care in pregnancy and childbirth, Oxford University Press, Oxford

Hodnett ED, Osborn RW (1989): Effects of continuus intrapartum professional support on childbirth outcomes, Res Nurs health, vol. 12, 1989, pp 289 – 297

Odent M., (2006): L’osterico e l’agricoltore, Il Leone Verde ed. Torino

Schmid V. (2002): Il parto sicuro, in D&D n. 38: I rischi del parto tecnologico, settembre 2002, pp27 – 34

Schwarz C., Schuecking B. (2006), Obstetrical intervention rates and midwifery in Germany, University of Magdeburg and Osnabrueck, G, ECPM 2006

Wagner M. (2001): Fish can’t see water: the need to humanize birth, Int. Journal of Gynecology

and Obstetrics, vol 75, suppl. 1, nov. 2001, ppS25 – 37

 

 

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